Il mese di maggio richiede giorni di gran lavoro in vigneto. Dopo la prima fase di schiusura delle gemme e di germogliamento, la vite affronta l’allungamento dei germogli e dei tralci in attesa di giungere alla fioritura e tutto questo movimento andrebbe gestito.

La vite allo stato spontaneo tende a crescere in tutte le direzioni, non badando troppo alla sua struttura di sostegno, come avviene invece nella maggior parte delle altre piante arboree e questo da un bel da fare a chi deve lavorare nel vigneto!!

Contemporaneamente vegetano un grandissimo numero di germogli che sovente, quando non ce la fanno a raggiungere un sostegno a cui aggrapparsi con i viticci reclinano l’apice e proseguono il loro sviluppo più lentamente ed in direzione orizzontale. I germogli che invece  riescono ad aggrapparsi ed a mantenere la loro posizione verticale cresceranno più rapidamente e con maggior vigore.

La vite risente molto dell’orientamento di crescita dei suoi apici vegetativi e ciò li seleziona e differenzia, conferendo ad alcuni il ruolo prioritario di colonizzatori di  nuove altezze e spazi ed ad altri quello di costituire la ricca massa vegetativa di cui la pianta necessita. Tutto ciò è possibile osservarlo bene sulle viti di grandi dimensioni allo stato spontaneo. Nella ricchezza della chioma e nell’elevato numero dei germogli si definisce un equilibrio stabile sancito dalle varie regole fisiologiche che governano il portamento di tutte le specie arboree.

Il mese di maggio è un periodo molto intenso per lo sviluppo dei germogli, e la vegetazione dovrebbe subire degli interventi di contenimento affinché la massa verde del filare non diventi troppo fitta creando come conseguenza sia un ambiente molto favorevole ai vari parassiti sia una crescita sicuramente troppo protratta nel tempo e quindi dannosa in ultimo alla maturazione dei grappoli, a cui mamma vite toglierebbe cibo a vantaggio della scapestrata e scarmigliata “massa verde”.

Circa un mese dopo l’avvio del germogliamento, i giovani tralci sono oramai lunghi oltre 40 centimetri e la massa vegetativa si espande molto rapidamente in quanto sul finire della primavera si moltiplicano gli assi vegetativi. L’innalzamento delle temperature e la luminosità delle giornate favoriscono lo sviluppo della massa verde.

Allora, cosa si deve fare?

La legatura e la palizzatura dei germogli si possono intendere come i primi interventi che si compiono direttamente alla vite in vegetazione.

L’intervento è in buona parte manuale ed oneroso, ma indispensabile. Le piante devono essere ispezionate per una serie di operazioni che rientrano nella “potatura verde”e queste sono solitamente svolte in più tempi in quanto, per molti vitigni, le epoche ideali per la selezione della vegetazione sul capo a frutto e la palizzatura difficilmente coincidono (sarebbe troppo bello…). Tuttavia in alcuni anni tali eventi possono sovrapporsi.

Anche la cimatura e sfogliatura rientrano in questi interventi di “pettinatura verde”: con la prima operazione si interviene tagliando la vegetazione che esce dai fili di sostegno per evitare ulteriore ombreggiamento e formazione di microclimi sfavorevoli alla pianta e con la seconda si migliora il passaggio di aria e di luce verso i grappoli.

Quanto detto è molto importante, perché la qualità passa da qui!

Davide Ferrarese

25 maggio 2011


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Il mese di aprile è proseguito con la tendenza del mese precedente con temperature al di sopra della media stagionale che hanno impresso accelerazione al germogliamento delle piante.

È stato così sino alla metà del mese, con temperature massime superiori ai 20°C con 30°C  il 9 di aprile. Successivamente le temperature si sono dimezzate tornado a massime giornaliere inferiori ai 20°C e più normali per il periodo con una breve pioggia il 14 del mese con 12 mm. Nell’ultima settima le temperatura hanno ripreso ad alzarsi correttamente con 2 eventi piovosi alla fine del mese con19 mm il 28 e 12 mm con un po’ di grandine il 29 del mese, e subito seguite da giornate solatie. Queste condizioni hanno determinato l’inizio della difesa alla peronosposra poichè avevamo i 3 dieci.

Il vigneto ha risentito di queste escursioni e sbalzi, partendo inizialmente velocemente e spedito con il germogliamento ma poi rallentando con i ritorni di freddo. Molti hanno finito di legare il capo a frutto nel mese in corso.

Davide Ferrarese, 16 maggio 2011


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Le buone pratiche agricole

Ultimamente mi trovo a concentrare i miei argomenti sulla sostenibilità ambientale, sulle produzioni a residuo zero, sul biologico e sul biodinamico. Non tanto quanto per un motivo commerciale, anche se molto importante e che i mercati guardano alla ricerca di notizie, ma perchè credo e sono convinto di una agricoltura che io definirei ragionevolmente sostenibile. Fatta di personalità e di convinzione tecnica.

I viticoltori e gli agricoltori in senso lato, hanno una buona responsabilità nei confronti nell’ambiente, e molti di essi ne mostrano percettibilità, attenzione e cura.

Confrontando il modo attuale di gestire i vigneti con quello che veniva fatto in precedenza tutto sembra molto più fluido, ma quasi meccanico: potatura, trinciatura, legatura del capo a frutto, lavorazione del terreno, diserbo, difesa anticrittogamica, legatura della vegetazione, diradamenti, vendemmia, concimazione e poi si riprende il ciclo dall’inizio. Ma alcuni principi, calpestando la terra e lavorando intorno alle viti, entrano a far parte dell’essere delle persone, e diventa difficile gestire un vigneto senza averli chiari.

Eppure fino a poco tempo non si faceva molto caso a tutto questo, il lavoro procedeva ugualmente affrontando e risolvendo i problemi che si presentavano.

E in un momento particolare per il mondo del vino, la passione e la cura della terra mostrano i loro risultati qualitativi, quelli veri. Si parla di come e quando lavorare il terreno, di rispettarlo per mantenere la sostanza organica e favorire l’umificazione dei residui colturali, favorire lo sgrondo delle acque ed altro ancora.

Riflettendo e condividendo queste sensazioni, gli agricoltori mi hanno posto delle domande su alcune pratiche agronomiche che ormai sono diventate di routine.

Si deve riprendere la tecnica quella agronomica, utilizzare le modernità e la meccanizzazione possibile ma senza stravolgere l’ambiente di coltivazione.

Da qualche tempo le ho definite buone pratiche agricole perché prendono in considerazione più aspetti, non solo agronomici, ma anche economici e di relazione con le persone che devono metterle in pratica.

Il terreno è il motore delle nostre piante e va trattato in modo curato. Bisogna cerare di integrare la dotazione della sostanza organica attraverso l’impiego di sistemi opportuni come il letame, i sovesci e l’impiego di bioattivatori. Se poi si lavora il terreno, bisogna farlo nelle condizioni di “tempera”, cioè quando non è né troppo bagnato e né troppo asciutto. Favorire per quanto e dove possibile l’inerbimento dei filari, e usare attrezzature che non deturpino la struttura del terreno. Bisogna favorire l’attività microbica del suolo e la formazione delle radici, in particolare quelle più piccole che perlustrano il terreno in modo capillare alla ricerca degli elementi qualitativi del luogo. In questi modi le piante potranno essere più forti e naturalmente qualitative.

La tecnica e la tecnologia, vanno usati con consapevolezza.

E’ ottima cosa poter disporre in emergenza di tante soluzioni ai problemi che dobbiamo affrontare, diverso è quando queste alternative al processo naturale diventano indispensabili. Occorre allora rivedere il sistema per scoprire dove sono gli errori. La tecnica e la tecnologia rappresentano sempre una buona tattica, mai una strategia di buona pratica agricola.

Davide Ferrarese

9 maggio 2011


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