Molte volte che si parla di qualità dell’uva si sente parlare di diradamento. Ma è proprio così, che cos’è questa pratica?

Per diradamento dell’uva si definisce l’eliminazione di alcuni grappoli che non saranno utilizzati per la vinificazione.

L’obiettivo comune a tutti i tipi d’intervento che vengono effettuati sulla pianta è il miglioramento della qualità, ma tale traguardo non può tuttavia essere raggiunto con la semplice eliminazione di un certo numero di frutti.

Infatti con l’intento di giungere alla più elevata uniformità finale dell’uva, è bene non trascurare gli interventi di potatura verde che dovranno essere effettuati per tempo, con cura e razionalità.

Il diradamento delle uve deve essere quindi il perfezionamento delle pratiche svolte in vigneto.

L’analisi degli obiettivi che si ricercano con questa tecnica, offre informazione sul metodo applicativo più opportuno ed un maggior dettaglio circa i numerosi fattori che possono intervenire a modificare i risultati finali attesi.

Gli scopi potrebbero essere così riassunti:

a)   individuare le tipologie dei vigneti collocati nelle singole zone ed i profili qualitativi che si vogliono raggiungere;

b)   pianificare epoche e modalità d’intervento a seconda delle situazioni.

L’obiettivo comune di effettuare il diradamento per selezionare i grappoli in funzione dell’uniforme completamento della loro maturazione.

Quando e come fare:

– la prima concreta selezione può avvenire dall’allegagione avvenuta. Nel caso infatti di una gran quantità di grappoli (diradamento quantitativo), è opportuno intervenire in questa fase per eliminare quelli che per la loro posizione sulla pianta matureranno per ultimi. A quest’epoca si eliminano i grappoli collocati ai nodi più alti del germoglio, quelli già parzialmente danneggiati dai parassiti e, qualora il carico di frutti sullo stesso asse vegetativo fosse eccessivo, altri ulteriori. Operando in questo modo, alla conclusione del periodo erbaceo, l’insieme dei grappoli dovrà essere omogeneo e l’evoluzione successiva potrà avvenire con maggiore uniformità;

– dall’invaiatura sino a 15-20 giorni dalla vendemmia, potrebbe essere il vero diradamento ma che non deve interessare più del 25% dell’uva rimasta, e per esempio potrebbe anche interessare l’eliminazione della parte terminale del grappolo per migliorarne la maturazione (diradamento qualitativo);

– un altro tipo di diradamento è previsto per le viti giovani (di solito con età inferiore ai 6 anni) e per quelle viti maggiormente sofferenti, dove conviene tenere le piante poco produttive per avere una buona vita delle piante nel tempo (diradamento selettivo).

Quindi occorre innanzi tutto determinare la quantità percentuale da asportare, poiché non è corretto pensare che il livello qualitativo conseguibile sia inversamente proporzionale alla quantità finale del raccolto.

A questo punto l’avvio alla successiva fase fenologica dell’invaiatura, potrà avvenire con regolarità e così anche le tappe che seguiranno. Partendo da queste condizioni, il diradamento a livello quantitativo è di solito utile, sebbene in differente misura ed a seconda dei vitigni. Infine il diradamento vero e proprio, eseguito circa ad un mese dalla vendemmia.

I diradamenti effettuati in condizioni di equilibrio vegetativo, fanno spesso registrare nei vini un incremento dell’estratto secco totale, del contenuto in ceneri e, per quanto attiene agli aspetti sensoriali, migliorano le caratteristiche di tipicità e gradevolezza. Al contrario eccessivi diradamenti e su viti in squilibrio vegeto-produttivo, si sono talvolta verificati valori di pH troppo elevati, ed in parallelo, abbassamenti eccessivi di acidità totale.

L’eliminazione di una parte dei frutti accelera in molti casi la maturazione di quelli rimanenti, e l’insieme dei grappoli dovrà essere omogeneo.

Data l’importanza delle operazioni descritte e della ricerca dei più opportuni obiettivi, si conferma l’importanza della programmazione di tutte le fasi di coltivazione per il controllo quantitativo.

Il diradamento non è una tecnica definitiva e unica, ma va vista in un contesto generale. Per di più rientrano in gioco diversi fattori, quali l’annata, il vitigno, l’età dei vigneti e gli obiettivi quanti-qualitativi, perché non è eliminando la maggior parte dei grappoli che si ottiene la qualità di un vigneto, ma solamente dandogli una dignità!

Davide Ferrarese

28 luglio 2011


read more

Il clima di luglio a Gavi

A giugno l’estate non è ancora arrivata, è stato un mese molto più primavera di maggio.

Affermare che è stato un po’ caldo e mediamente piovoso non basterebbe certo a dare la giusta importanza alle varie vicissitudini che si sono succedute nel corso del mese, di cui tutti abbiamo risentito. Anzitutto, dobbiamo premettere che giugno è iniziato sotto una pesante eredità, quella lasciata dalla primavera con un’emergenza siccità molto pesante., portando quelle piogge che in pochi si sarebbero aspettati, talvolta molto intense: il meteo si è rivelato infatti perturbato a partire dal 1 del mese con 25 mm di pioggia, con un break nuvoloso ed ud umido di un paio di giorni per piovere nuovamente il 5 ( 26 mm) ed i giorni seguenti per circa 30 mm totali e per tornare il bello dal 9 e 10 di giugno.

Questa prima decade è stata preoccupante per poter intervenire con i trattamenti fitoiatrici poiché molto vigneti erano scoperti contro peronospora ed oidio, e per di più la pioggia è caduta durante la piena fioritura del cortese, causando la caduta di alcuni fiori e racimoli, producendo grappoli più radi.

Successivamente ha smesso di piovere ed oltre ai trattamenti anticrittogamici effettuati con non poca difficoltà per poter praticare molto bagnati, sono stati completati i lavori di palizzatura e di cimatura, confermando un anticipo fenologico della vite di una decina di giorni.

Il 17 ed il 18 mese ha tirato un forte vento, oltre i 25 km/orari ma senza arrecare gravi danni.

Le ultime settimane del mese sono state abbastanza calde, ma non eccessive, con alta percentuale di umidità ed afa negli ultimi giorni, condizioni favorevolissime allo sviluppo dell’oidio.

Tant’è vero che in alcuni vigneti sono apparsi acini colpiti dalla crittogama ed anche quest’anno sono comparse le primi viti affette da flavescenza, malattia che mostra incrementi nella sua incidenza.

Davide Ferrarese, 9 luglio 2011


read more

Ho pensato di pubblicare questo importante contributo di Ombretta Repetto – Ricercatrice in viticoltura

I giallumi della vite sono avversità che da anni preoccupano particolarmente i viticoltori delle regioni italiane del settentrione – Piemonte incluso -. Si tratta di malattie causate da microrganismi chiamati “fitoplasmi” che, privi di movimento autonomo, si diffondono in vigneto tramite insetti vettori (principalmente cicaline), dotati di apparato boccale pungente-succhiante. L’insetto infetto porta i fitoplasmi nelle ghiandole salivari e li riversa nella pianta nel momento in cui punge le foglie per succhiarne la linfa.

I fitoplasmi si sviluppano all’interno e a spese della pianta ospite, localizzandosi prevalentemente a livello dei vasi conduttori che trasportano la linfa. Con il decorrere della malattia, le piante di vite infette si presentano sempre più stentate: le foglie si accartocciano ed ingialliscono (sintomo da cui deriva la terminologia “giallume”) o assumono un colore rosso-violaceo, a seconda che la varietà colpita sia a bacca bianca o a bacca rossa; l’accrescimento degli internodi è accorciato mentre i frutti, se si formano, sono piccoli e con poco contenuto zuccherino. La pianta è danneggiata e la produzione compromessa.

La vite è interessata principalmente da due gruppi di giallumi: la flavescenza dorata (FD) ed il legno nero (LN), due malattie che in comune hanno solo la sintomatologia, perché l’epidemiologia (ovvero le modalità di trasmissione) è nettamente distinta: gli insetti vettori differiscono per genere, ciclo vitale, nonché piante ospiti. Inoltre, la stessa epoca di comparsa dei sintomi può essere diversa. La profilassi, intesa sia come prevenzione sia come lotta, non può ignorare questi dettagli.

In Piemonte le prime segnalazioni ufficiali e documentate di giallumi della vite sono avvenute con la FD alla fine degli anni 1990 e da allora, ma soprattutto dal 2005, anno in cui la malattia ha avuto una grave ed inaspettata recrudescenza, la viticoltura piemontese si è attivata per fare fronte all’emergenza. Accanto a casi di FD, a partire soprattutto dal 2004, si sono riscontrate manifestazioni crescenti di LN, malattia che era già presente negli anni 1980.

Considerate le ampie conoscenze ormai possedute sui giallumi, ci si potrebbe domandare il perché sussista tuttora, in particolare in Piemonte, una grande situazione che, ora possiamo dettagliare.

Una pianta di vite che presenta i classici sintomi associati ai giallumi quasi sempre porta all’interno fitoplasmi per FD o LN. Solo test di laboratorio possono confermare l’infezione (o, in caso contrario, escluderla). Se viene confermata la presenza del fitoplasma, vi sono due possibilità: nel caso di vigneti appena piantati, la pianta potrebbe essere stata già malata al momento della messa a dimora, oppure è stata punta in vigneto da un insetto vettore che portava il fitoplasma. Questa situazione corrisponde a quanto succede nei vigneti già piantati da più di un anno. Nel primo caso la prevenzione implica severi controlli nella filiera vivaistica che portano alla certificazione del materiale vegetale (che non può essere commercializzato se infetto). Nel secondo caso invece si agisce direttamente in vigneto tramite interventi di lotta mirati contro gli insetti vettori e l’eradicazione delle piante che si sospetta essere malate.

In entrambi i casi, il contenimento della malattia segue le linee guida tracciate dal vigente Decreto Ministeriale di lotta obbligatoria n°32442 del 31/5/2000. In tale ambito, un ruolo cardine è svolto dai controlli del Servizio Fitosanitario Regionale, che operano sia sul materiale vivaistico di moltiplicazione (piante madri per marze e/o portainnesto e barbatelle) sia nelle ispezioni nei vigneti sulle piante sintomatiche (inclusi quelli abbandonati). In ogni caso è fondamentale una collaborazione degli stessi viticoltori, che sono tenuti ad attivarsi per la lotta contro la diffusione della malattia.

Le indagini in Piemonte, come nel resto d’Italia, sono sempre più focalizzate a prevenire l’instaurarsi della malattia in una zona indenne e la sua ulteriore diffusione in una zona già infetta. Sono disponibili buoni sistemi per eliminare i fitoplasmi in vivaio e garantire quindi ai viticoltori una barbatella sana. In primo luogo è importante che il vivaista collabori al rispetto delle norme previste dal decreto di lotta obbligatoria, che prevede, il divieto di raccolta di legno per innesto nei vigneti di piante madri colpite da FD. Secondariamente, tutte le altre strategie tecniche che il vivaista può adottare, quali interventi di termoterapia ad acqua calda di legni o di barbatelle, possano offrire un ulteriore sistema di prevenzione, però mai assoluto.

Nell’intento di migliorare gli interventi di lotta contro questa malattia, la Regione ha attivato numerose collaborazioni tra vari enti ed istituzioni, non solo italiani. Si collabora attivamente con la Francia, mentre in Italia si lavora con il CNR di Torino, le Università (ricordiamo quella di Torino) e il CRA (il Centro di Ricerca per l’Enologia e la Viticoltura). Queste interazioni dimostrano ancora di più il desiderio di affrontare e risolvere il problema che assilla i viticoltori dell’alessandrino.

Un’ampia informazione a tutti i livelli delle modalità di prevenzione, di diagnosi e di trattamento può limitare la diffusione di questa malattia, riducendo soprattutto il suo propagarsi tra una regione e l’altra, e contribuendo al mantenimento delle locali risorse viticole.

Davide Ferrarese 1 luglio 2011


read more