La scorsa settimana sono stato a Pollenzo per la quarta edizione del “Corso di potatura”, progetto realizzato dai Preparatori d’uva Marco Simonit e Pierpaolo Sirch.

Sono stati tre giorni di formazione e divulgazione di alcuni principi fondamentali, per me importantissimi anche prima del corso.

Qualche tempo fa, durante le potature, ho portato via dai vigneti alcuni ceppi di vite, di età differenti, ma che una volta sezionate mi hanno fatto vedere la verità di quello che accade al suo interno, e di come noi modifichiamo il suo flusso linfatico.  (vi allego alcune foto)

Nelle mani del potatore sta il futuro del nostro patrimonio vitato. I potatori di un tempo sapevano bene come preservare la salute di una vite: nei vigneti si soffermavano con cura e dedizione davanti a ogni pianta, la studiavano

con attenzione, pianta per pianta, senza l’ansia di uno sfruttamento immediato, ma con la lungimiranza di preservare la salute e lo sviluppo equilibrato della loro vigna.

Le potature oggi sono cambiate, sono cambiati i tempi e le persone che operano nel vigneto, infliggendo alle piante ferite alle quali non sono in grado di reagire, esponendole in tal modo alle tante malattie del legno.

Invecchiare bene consente una migliore qualità della vita e permette enormi risparmi: meno cure, meno medicine, un equilibrio vegetativo e di frutti esemplare.

Sono stati confermati alcuni dei miei principi, quali:

– evitare tagli grossi, possibilmente sul legno di 1 o di 2 anni massimo;

– mai fare tagli radenti, ma rispettare le gemme della corona;

– favorire il più possibile flussi linfatici lineari all’interno della pianta.

Per di più ci sono stati consigli interessanti contro il mal dell’esca dalla professoressa Mugnai dell’Università di Firenze, sull’impiego dei mastici e di trattamenti contenitivi alla diffusione dei funghi patogeni.

Di certo si tratta di rivedere la base dei nostri principi tecnici, ma se ne abbiamo il tempo, potremmo fare qualche filare impostando la potatura con queste attenzioni!

14 febbraio 2012

Davide Ferrarese


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Ciao, domenica scorsa, 5 febbraio 2102, sono stato alla fiera agricola di Verona in una giornata davvero polare..
Il mio interesse maggiore si è focalizzato sulla gestione delle piante e sulla loro difesa, anche se per la parte viticola non vi erano molte macchine/attrezzature, un pò povera.
Ho trovato alcuni attrezzi utili per la gestione dell’interfilare e del filare della ditta Olmi, Seppi ed Agrofer. In quasi tutti i casi, vendono una barra porta attrezzi dove si aggiungono le varie applicazioni a seconda delle singole esigenze.
Ho trovato da vedere anche la parte delle attrezzature per la difesa dalle patologie in quanto una moderna ed attenta applicazione ci permette di colpire meglio il bersaglio e di ottimizzare il trattamento, con risparmio economico in termini di prodotto e di tempo, ed attenzione all’ambiente.
Per la vendemmia meccanica ho visto un carro per la raccolta con delle flange interne (almeno 2) che permettono agli acini dell’uva di non sbattere da una parte all’altra, senza perdersi il raccolto per strada.
Alla prossima.

8 febbraio 2012


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La nutrizione biologica del terreno: sapere per fare

Da qualche tempo non parlo più di concimazione ma di nutrizione, per me un concetto più completo e attento alla vitalità biologica del terreno.

Intanto bisognerebbe partire dal concetto base di agronomia, la fertilità, che esprime la capacità o l’attitudine di un terreno alla produzione agraria, e che nel tempo è stato anche metro di valore nella vendita e nello scambio di terreni.

La fertilità è soprattutto il risultato della somma della vitalità nel terreno con il suo contenuto in sostanze minerali, del giusto grado di calore, del contenuto equilibrato di aria e acqua e della sua composizione granulometrica. Generalmente cambia col tempo, e dipende dal modo con il quale l’uomo utilizza il terreno.

In ogni caso non si può parlare di fertilità del suolo in senso generico, ma è necessario distinguere una fertilità di tipo fisico, chimico e biologico, perché ogni fattore agisce o interagisce con gli altri nel migliorare o deprimere le qualità del terreno sotto uno o più punti di vista.

Quindi la fertilità, quella vera, non quella fittizia dei concimi, si raggiunge, si conserva e si migliora attraverso la gestione integrata ed elastica della sostanza organica.

Ma come fare?

Ai giorni nostri, abbiamo perso la fertilità organica e biologica dei suoli vitati.

La mancanza di letame (il re dei concimi organici), l’impiego di concimi minerali, la monocoltura a vigneto, l’ accumulo di alcuni agrofarmaci nel terreno, e la “stanchezza” dello stesso, hanno portato a conseguenze negative sulla coltivazione della vite. Se in più ci mettiamo anche l’impianto di nuovi vigneti su terreni impoveriti del loro strato di coltivazione per l’eccesso di ruspature in fase di preparazione, e condizioni climatiche diventate molto particolari, abbiamo un quadro difficile da affrontare che ci spiega le caratteristiche qualitative dei vini prodotti non sempre ottimali e la maggior sensibilità delle viti alle malattie.

Quindi?, da dove cominciare?

Dalle buone pratiche agricole, che in questo chiamo buone pratiche viticole.

Sicuramente bisogna valorizzare i residui vegetali del nostro vigneto: foglie, trinciature dell’erba e dei tralci (salvo casi di malattie del legno), e riprendere in mano gli apporti di sostanza organica anche con i sovesci bioattivati.

Li chiamo così, perché oltre alla semina vera e proprio, si inoculano nel terreno sistemi di microrganismi che migliorano la radicazione delle essenze erbacee e la loro decomposizione in humus stabile dopo la trinciatura e l’interramento.

In modo semplice riportiamo a crescere i valori della sostanza organica nel terreno, la disponibilità degli elementi nutritivi, si diminuiscono le infestanti, si migliora la struttura, si limitano problemi quali nematodi, insetti terricoli e altro ancora.

E’ un argomento vastissimo quello della nutrizione, anche perché la vite oltre ai macroelementi ha necessità importanti di meso e microelementi (boro, zinco, manganese, ecc), che sono resi utilizzabili per la pianta quando c’è una disponibilità organica ed buona vitalità microbiologica.

Queste nuove osservazioni, portano qualità nella vita della pianta, maggior resistenza alle malattie ed agli stress ambientali grazie allo sviluppo di induttori di resistenza, ma soprattutto si propone una tecnica a “residuo zero”.

Bisognerebbe anche parlare di analisi del terreno o delle foglie, sensibilità e caratteristiche dei portainnesti e dei vitigni, fertirrigazione e fertilizzazione fogliare, ed altro ancora ma intanto questo può essere un buon inizio per rivalutare il ruolo della sostanza organica.

Da qualche tempo non parlo più di concimazione ma di nutrizione, per me un concetto più completo e attento alla vitalità biologica del terreno.

Intanto bisognerebbe partire dal concetto base di agronomia, la fertilità, che esprime la capacità o l’attitudine di un terreno alla produzione agraria, e che nel tempo è stato anche metro di valore nella vendita e nello scambio di terreni.

La fertilità è soprattutto il risultato della somma della vitalità nel terreno con il suo contenuto in sostanze minerali, del giusto grado di calore, del contenuto equilibrato di aria e acqua e della sua composizione granulometrica. Generalmente cambia col tempo, e dipende dal modo con il quale l’uomo utilizza il terreno.

In ogni caso non si può parlare di fertilità del suolo in senso generico, ma è necessario distinguere una fertilità di tipo fisico, chimico e biologico, perché ogni fattore agisce o interagisce con gli altri nel migliorare o deprimere le qualità del terreno sotto uno o più punti di vista.

Quindi la fertilità, quella vera, non quella fittizia dei concimi, si raggiunge, si conserva e si migliora attraverso la gestione integrata ed elastica della sostanza organica.

Ma come fare?

Ai giorni nostri, abbiamo perso la fertilità organica e biologica dei suoli vitati.

La mancanza di letame (il re dei concimi organici), l’impiego di concimi minerali, la monocoltura a vigneto, l’ accumulo di alcuni agrofarmaci nel terreno, e la “stanchezza” dello stesso, hanno portato a conseguenze negative sulla coltivazione della vite. Se in più ci mettiamo anche l’impianto di nuovi vigneti su terreni impoveriti del loro strato di coltivazione per l’eccesso di ruspature in fase di preparazione, e condizioni climatiche diventate molto particolari, abbiamo un quadro difficile da affrontare che ci spiega le caratteristiche qualitative dei vini prodotti non sempre ottimali e la maggior sensibilità delle viti alle malattie.

Quindi?, da dove cominciare?

Dalle buone pratiche agricole, che in questo chiamo buone pratiche viticole.

Sicuramente bisogna valorizzare i residui vegetali del nostro vigneto: foglie, trinciature dell’erba e dei tralci (salvo casi di malattie del legno), e riprendere in mano gli apporti di sostanza organica anche con i sovesci bioattivati.

Li chiamo così, perché oltre alla semina vera e proprio, si inoculano nel terreno sistemi di microrganismi che migliorano la radicazione delle essenze erbacee e la loro decomposizione in humus stabile dopo la trinciatura e l’interramento.

In modo semplice riportiamo a crescere i valori della sostanza organica nel terreno, la disponibilità degli elementi nutritivi, si diminuiscono le infestanti, si migliora la struttura, si limitano problemi quali nematodi, insetti terricoli e altro ancora.

E’ un argomento vastissimo quello della nutrizione, anche perché la vite oltre ai macroelementi ha necessità importanti di meso e microelementi (boro, zinco, manganese, ecc), che sono resi utilizzabili per la pianta quando c’è una disponibilità organica ed buona vitalità microbiologica.

Queste nuove osservazioni, portano qualità nella vita della pianta, maggior resistenza alle malattie ed agli stress ambientali grazie allo sviluppo di induttori di resistenza, ma soprattutto si propone una tecnica a “residuo zero”.

Bisognerebbe anche parlare di analisi del terreno o delle foglie, sensibilità e caratteristiche dei portainnesti e dei vitigni, fertirrigazione e fertilizzazione fogliare, ed altro ancora ma intanto questo può essere un buon inizio per rivalutare il ruolo della sostanza organica.

(in allegato alcune fasi del sovescio bioattivato)

1 febbraio 2012

Davide Ferrarese


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