I giallumi della vite e la realtà piemontese

Ho pensato di pubblicare questo importante contributo di Ombretta Repetto – Ricercatrice in viticoltura

I giallumi della vite sono avversità che da anni preoccupano particolarmente i viticoltori delle regioni italiane del settentrione – Piemonte incluso -. Si tratta di malattie causate da microrganismi chiamati “fitoplasmi” che, privi di movimento autonomo, si diffondono in vigneto tramite insetti vettori (principalmente cicaline), dotati di apparato boccale pungente-succhiante. L’insetto infetto porta i fitoplasmi nelle ghiandole salivari e li riversa nella pianta nel momento in cui punge le foglie per succhiarne la linfa.

I fitoplasmi si sviluppano all’interno e a spese della pianta ospite, localizzandosi prevalentemente a livello dei vasi conduttori che trasportano la linfa. Con il decorrere della malattia, le piante di vite infette si presentano sempre più stentate: le foglie si accartocciano ed ingialliscono (sintomo da cui deriva la terminologia “giallume”) o assumono un colore rosso-violaceo, a seconda che la varietà colpita sia a bacca bianca o a bacca rossa; l’accrescimento degli internodi è accorciato mentre i frutti, se si formano, sono piccoli e con poco contenuto zuccherino. La pianta è danneggiata e la produzione compromessa.

La vite è interessata principalmente da due gruppi di giallumi: la flavescenza dorata (FD) ed il legno nero (LN), due malattie che in comune hanno solo la sintomatologia, perché l’epidemiologia (ovvero le modalità di trasmissione) è nettamente distinta: gli insetti vettori differiscono per genere, ciclo vitale, nonché piante ospiti. Inoltre, la stessa epoca di comparsa dei sintomi può essere diversa. La profilassi, intesa sia come prevenzione sia come lotta, non può ignorare questi dettagli.

In Piemonte le prime segnalazioni ufficiali e documentate di giallumi della vite sono avvenute con la FD alla fine degli anni 1990 e da allora, ma soprattutto dal 2005, anno in cui la malattia ha avuto una grave ed inaspettata recrudescenza, la viticoltura piemontese si è attivata per fare fronte all’emergenza. Accanto a casi di FD, a partire soprattutto dal 2004, si sono riscontrate manifestazioni crescenti di LN, malattia che era già presente negli anni 1980.

Considerate le ampie conoscenze ormai possedute sui giallumi, ci si potrebbe domandare il perché sussista tuttora, in particolare in Piemonte, una grande situazione che, ora possiamo dettagliare.

Una pianta di vite che presenta i classici sintomi associati ai giallumi quasi sempre porta all’interno fitoplasmi per FD o LN. Solo test di laboratorio possono confermare l’infezione (o, in caso contrario, escluderla). Se viene confermata la presenza del fitoplasma, vi sono due possibilità: nel caso di vigneti appena piantati, la pianta potrebbe essere stata già malata al momento della messa a dimora, oppure è stata punta in vigneto da un insetto vettore che portava il fitoplasma. Questa situazione corrisponde a quanto succede nei vigneti già piantati da più di un anno. Nel primo caso la prevenzione implica severi controlli nella filiera vivaistica che portano alla certificazione del materiale vegetale (che non può essere commercializzato se infetto). Nel secondo caso invece si agisce direttamente in vigneto tramite interventi di lotta mirati contro gli insetti vettori e l’eradicazione delle piante che si sospetta essere malate.

In entrambi i casi, il contenimento della malattia segue le linee guida tracciate dal vigente Decreto Ministeriale di lotta obbligatoria n°32442 del 31/5/2000. In tale ambito, un ruolo cardine è svolto dai controlli del Servizio Fitosanitario Regionale, che operano sia sul materiale vivaistico di moltiplicazione (piante madri per marze e/o portainnesto e barbatelle) sia nelle ispezioni nei vigneti sulle piante sintomatiche (inclusi quelli abbandonati). In ogni caso è fondamentale una collaborazione degli stessi viticoltori, che sono tenuti ad attivarsi per la lotta contro la diffusione della malattia.

Le indagini in Piemonte, come nel resto d’Italia, sono sempre più focalizzate a prevenire l’instaurarsi della malattia in una zona indenne e la sua ulteriore diffusione in una zona già infetta. Sono disponibili buoni sistemi per eliminare i fitoplasmi in vivaio e garantire quindi ai viticoltori una barbatella sana. In primo luogo è importante che il vivaista collabori al rispetto delle norme previste dal decreto di lotta obbligatoria, che prevede, il divieto di raccolta di legno per innesto nei vigneti di piante madri colpite da FD. Secondariamente, tutte le altre strategie tecniche che il vivaista può adottare, quali interventi di termoterapia ad acqua calda di legni o di barbatelle, possano offrire un ulteriore sistema di prevenzione, però mai assoluto.

Nell’intento di migliorare gli interventi di lotta contro questa malattia, la Regione ha attivato numerose collaborazioni tra vari enti ed istituzioni, non solo italiani. Si collabora attivamente con la Francia, mentre in Italia si lavora con il CNR di Torino, le Università (ricordiamo quella di Torino) e il CRA (il Centro di Ricerca per l’Enologia e la Viticoltura). Queste interazioni dimostrano ancora di più il desiderio di affrontare e risolvere il problema che assilla i viticoltori dell’alessandrino.

Un’ampia informazione a tutti i livelli delle modalità di prevenzione, di diagnosi e di trattamento può limitare la diffusione di questa malattia, riducendo soprattutto il suo propagarsi tra una regione e l’altra, e contribuendo al mantenimento delle locali risorse viticole.

Davide Ferrarese 1 luglio 2011


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